Contesa Legale sull’Ex Ilva: La Fermata dell’Area a Caldo di Taranto in Discussione

È in corso una battaglia legale tra Acciaierie d’Italia e i rappresentanti dei cittadini di Taranto riguardo alla fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva, con importanti implicazioni per la salute pubblica e l'occupazione.

Contesa legale sull'ex Ilva di Taranto

In Breve

Qual è la causa principale della contesa legale?
La contesa legale riguarda la fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto disposta da un decreto della Corte d'Appello di Milano.
Quali sono le conseguenze della fermata per i lavoratori?
Si stima che circa 2.500 lavoratori potrebbero essere coinvolti in licenziamenti collettivi a causa della fermata.
Cosa sostiene Acciaierie d'Italia riguardo alla fermata?
Acciaierie d'Italia sostiene che le condizioni per la ripresa dell'area a caldo non possono essere soddisfatte entro il termine di 90 giorni.

Una complessa contesa legale si sta sviluppando attorno all’ex Ilva di Taranto, con Acciaierie d’Italia che si oppone alla fermata dell’area a caldo disposta da un decreto della Corte d’Appello di Milano. Questa fermata, prevista entro la fine di ottobre, è il risultato di una decisione che ha suscitato preoccupazioni tra i cittadini e le associazioni locali, come i Genitori Tarantini.

Il 9 settembre si terrà un’udienza a Milano per esaminare le istanze di sospensiva presentate sia da Acciaierie d’Italia sia da Ilva, con l’intento di impugnare il decreto anche in Corte di Cassazione. Gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, che rappresentano i cittadini, sostengono che la concessione della sospensione richieda la prova della gravità e dell’irreparabilità del danno, argomentando che nel caso specifico non è stata dimostrata la gravità necessaria.

In particolare, i legali contestano l’affermazione di Acciaierie d’Italia secondo cui le precedenti fermate avrebbero dimostrato un rischio di compromissione irreversibile. Essi evidenziano che gli altiforni e le cokerie hanno subito fermate e successivi riavvii senza compromettere la produzione. Inoltre, sottolineano che il fermo prolungato delle cokerie, durato oltre otto mesi, non ha impedito la produzione di acciaio grazie all’approvvigionamento di coke sul mercato, suggerendo che la priorità dell’azienda sarebbe il profitto a scapito della salute pubblica.

Dall’altra parte, Acciaierie d’Italia replica che i casi precedenti non sono comparabili. L’azienda sostiene che, in passato, gli altiforni sono stati mantenuti in condizioni di conservazione mediante il riscaldo dei cowper, operazione che il decreto attuale vieta. Inoltre, le cokerie erano state fermate nell’ambito di un procedimento tecnico e autorizzativo con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), che ha consentito misure di conservazione.

Acciaierie d’Italia avverte che il decreto subordina la ripresa dell’area a caldo a due condizioni che non possono essere realizzate entro il termine di 90 giorni: la completa rimozione dell’amianto presente nei cowper e la risoluzione delle problematiche relative alle concentrazioni ambientali di PM10 e PM2,5. L’azienda stima che ci siano circa 1.690 tonnellate di materiale confinato in sette dei dodici cowper, e descrive l’intervento di rimozione come un’operazione complessa, paragonabile al rifacimento integrale dei cowper, con tempi tecnici stimati di almeno un anno.

In aggiunta, Acciaierie d’Italia sottolinea che non esistono, nel settore siderurgico europeo, conclusioni sulle migliori tecniche disponibili (BAT Conclusions) o autorizzazioni integrate ambientali che stabiliscano limiti di emissione per PM10 e PM2,5. La definizione di tali limiti richiederebbe un procedimento di riesame dell’AIA, con tempi superiori ai 90 giorni.

Il 8 settembre, il Governo ha convocato tre incontri a Palazzo Chigi con enti locali, associazioni d’impresa e sindacati per discutere la situazione. Nel frattempo, i numeri dei lavoratori potenzialmente interessati dalla fermata continuano ad aumentare: 28 imprese associate ad Aigi hanno annunciato circa 2.500 licenziamenti collettivi, mentre Confapi prevede un incremento di circa 1.700 unità tra licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione, senza aver ancora attivato le procedure. Aigi ha convocato i sindacati per il 10 settembre per discutere dei 2.500 licenziamenti previsti.